Kalene – Molise Trebbiano Doc

KALENE – MOLISE TREBBIANO DOC

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Nome del vino: Kalene

Significato del nome: Kalene è il nome più antico, secondo lo storico Polibio, del comune di Casacalenda (CB, Molise), a cui è dedicato il vino.

SCHEDA TECNICA

Gradazione: 13 %, variabile a seconda delle annate.

Vitigno: Trebbiano 90%, Malvasia 10%.

Denominazione: Trebbiano del Molise

Designazione: D.O.C.

Tipo di terreno: Calcareo-argilloso, con esposizione sud.

Varietà d’uva: Trebbiano

Sistema d’allevamento: Guyot

Metodi di difesa: Lotta integrata a basso impatto ambientale.

Epoca di vendemmia: Ultima decade di settembre

Modalità di raccolta: Manuale, con selezione dei grappoli

Vinificazione: L’uva viene delicatamente diraspata e lasciata in macerazione per un breve periodo. Successivamente viene pressata in modo soffice ed il mosto ottenuto viene chiarificato tramite decantazione. Il mosto quindi fermenta a temperatura controllata in recipienti di acciaio inox.

Affinamento: A fine fermentazione il vino viene mantenuto sui lieviti nei recipienti di acciaio inox per sei mesi. Il vino imbottigliato viene normalmente conservato in locali termo condizionati.

Note sensoriali:

Colore: giallo paglierino brillante.

Profumo: complesso, potente, avvolgente. Fresco e gradevolmente fruttato con note floreali di acacia.

Gusto: fragrante, minerale, armonico. Secco, rotondo, persistente. voluminoso, croccante, compatto. Pieno e progressivo. L’attacco è complesso e vellutato, fresco ed avvolgente.

Abbinamenti:

Particolarmente indicato per i piatti di pesce, antipasti di molluschi, risotti e sformati di verdure.

Temperatura di servizio: 12 – 14 °C.

Altro: Contenuto di solfiti molto ridotto. Non filtrato: un lieve deposito significa naturalità.

LE ORIGINI DEL PAESE TRA STORIA E LEGGENDA

 

1. Le tracce degli insediamenti più antichi

Le testimonianze più remote degli insediamenti umani nel territorio bonefrano sono fornite dai resti venuti alla luce, in  seguito a dei lavori di aratura. L’evento più interessante è stato il ritrovamento, avvenuto nell’estate del 1992, di una lama di spada rimasta impigliata in un estirpatore, risalente alla prima età del Ferro (nono-ottavo secolo avanti Cristo). La lama in bronzo, ricoperta da una patina verdastra, ha una costolatura centrale con tracce di decorazione incisa; il codolo piatto ha due forellini per i ribattini dell’impugnatura.

 

Intorno alla metà degli anni ’60, nel corso dell’aratura a motore in un punto abbandonato da tempo immemorabile del Colle della Chiesa, nella frazione di S. Vito, è stato sfortunatamente devastato un sepolcreto di epoca preromana, probabilmente etrusca, con i suoi corredi funerari in terracotta, dei quali si sono salvati soltanto un piattino e un vasetto.

Successivamente, nell’estate del 1974 è tornata alla luce un lacus, vale a dire una vasca in muratura lunga m 2,70, larga m 2,20 e profonda da 90 cm a un metro. Per mezzo di tre scalini rotondi si poteva scendere sul fondo, al centro del quale era infossato un vaso di terracotta di 28 cm di diametro, per il suo prosciugamento mediante la raccolta dei liquidi rimasti. Era fornito di un canale formato da due coppi sovrapposti, per la fuoriuscita del vino o dell’olio, che venivano poi versati in grossi recipienti (dolii) interrati all’intorno o sparsi qua e là.

All’interno della vasca sono stati rinvenuti i cocci di uno di essi, che portava inciso sul collo un graffito utilizzato dai Sanniti  per il numero 50.

In mezzo a tanti frammenti alla fine è apparsa una statuina di piombo di Ercole, testimonianza del culto per l’eroe diffuso fra i sanniti, i romani e altre genti. (Un’altra statuina rivenuta a Bonefro è conservata nel Museo nazionale di Chieti. 

Con  piccoli  frammenti incollati è stato ricostruito un vaso di terracotta panciuto. In conclusione,  si può affermare che ci troviamo di fronte ai resti di una fattoria rustica, se non addirittura di una villa rustica, come sarebbe dimostrato dal ritrovamento di un pezzo di mosaico pavimentale.

Sono stati ritrovati nel punto denominato ‘a pezze ‘a Chenale due vasetti di teracotta. 

Ancora più su, nella zona che va dai 758 m di Colle Miozzi ai 777 m dei Montazzoni è stato ritrovato un materiale di varie epoche e di varia natura. Oltre a una punta di lancia in ferro, sono riaffiorati tre bacini in bronzo.Quello più integro, profondo circa 6 cm, ha il diametro interno intorno ai 37 cm e quello esterno di 49 cm; il bordo presenta una triplice fila di fregi geometrici.

Il reperto più importante è costituito dai frammenti di un colatoio in terracotta grezza anteriore al III sec. a. C. Sono una testimonianza preziosa, perché attestano che nella zona sin dai tempi più antichi era praticata la pastorizia e che venivano prodotti i derivati del latte, quali la ricotta e il cacio.

Nell’estate del 1983, in seguito a un’aratura profonda, è venuta alla luce una tomba in muratura ricoperta da lastroni di pietra, risalente al sec. VII d. C. Al suo interno, accanto allo scheletro,  è stato rinvenuto un anello di fibbia in bronzo terminante con due occhielli; di colore verde scuro, è decorato con una linea mediana zigrinata. L’esemplare, datato al VI sec. d. C., è simile a quello trovato, oltre che in Lucania, Puglia, Campania e a Vastogirardi, in una tomba di S. Maria di Casalpiano (Morrone del Sannio): tutti sono collegati alla cultura bizantina dei sec. VI-VII d. C., prosperata alla vigilia della calata in Italia dei Longobardi.